In data 19 settembre 2023, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha comunicato al governo spagnolo i ricorsi presentati dagli indipendentisti catalani, coinvolti a vario titolo nel tentativo di secessione unilaterale dalla Catalogna dalla Spagna nel 2017. I ricorrenti lamentavano la presunta violazione dei diritti garantiti dalla Convenzione Europea dell’Uomo (CEDU), tra cui il principio di legalità in materia penale, il diritto alla libertà di espressione e alla libertà di riunione, di cui agli artt. 7, 10 e 11 CEDU. Il 9 ottobre 2023 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha pubblicato una prima ricostruzione dei fatti all’origine dei ricorsi e ha riportato le domande alla quale le parti – i ricorrenti e la Spagna – dovranno rispondere nelle rispettive osservazioni di replica.

La vicenda trae origine dall’approvazione da parte del Parlamento catalano, nel settembre 2017, di due leggi, che prevedevano rispettivamente un referendum popolare per l’indipendenza della regione e l’eventuale costituzione della Repubblica catalana. Nonostante la Corte costituzionale spagnola avesse dichiarato tali leggi incostituzionali, il 1° ottobre 2017 il referendum per l’indipendenza della Catalogna ebbe luogo e il 27 ottobre 2017 il Presidente della regione ne dichiarò formalmente l’indipendenza. Tuttavia, il giorno stesso il Senato spagnolo approvò l’attivazione dell’art. 155 della Costituzione spagnola, che determinò lo scioglimento del Parlamento catalano e l’interruzione del processo di secessione.

A seguito di tali eventi, gli attivisti e politici catalani che avevano promosso o partecipato a vario titolo all’approvazione delle leggi sul referendum e all’organizzazione del referendum stesso venivano condannati per i reati di sedizione e malversazione ad una pena compresa tra i nove e i tredici anni di carcere. Il 23 giugno 2021 ricevevano l’indulto dal Governo spagnolo e il 2 dicembre 2022 il reato di sedizione veniva abolito.

Nelle doglianze sollevate dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, i ricorrenti lamentano che la loro condanna e successiva detenzione per il reato di sedizione era avvenuta sulla base di una legge priva dei necessari requisiti di determinatezza e prevedibilità e applicata attraverso un’interpretazione estensiva in malam partem, contraria all’art. 7 CEDU, che sancisce il principio di legalità in materia penale e il divieto di analogia. Inoltre, i ricorrenti sostengono che la Spagna ha violato il diritto alla libertà di espressione e di assemblea, protetti rispettivamente dagli artt. 10 e 11 CEDU, sia per aver sanzionato condotte che rientravano nei limiti del legittimo esercizio dei diritti loro garantiti, sia per aver determinato in tal modo un preoccupante “chilling effect” sul libero godimento dei diritti garantiti dalla Cedu, inibendo, attraverso la minaccia della sanzione penale, tutti i cittadini dal manifestare pubblicamente le loro idee politiche.

A tal proposito, la Corte europea ha poi chiesto alle parti se i diritti sopra invocati dai ricorrenti avessero subito delle limitazioni per finalità esterne e ulteriori rispetto a quelle legittimamente previste dagli artt. 9 e 10 CEDU, in contrasto con quanto prescritto dall’art. 18 CEDU.

Il richiamo all’art. 18 CEDU non ha solo la funzione di coadiuvante interpretativo delle clausole limitative della libertà di espressione e di assemblea, previste nei secondi commi dei rispettivi artt. 10 e 11 CEDU. A ben vedere, la Cedu ha ribadito in passato l’autonomia dell’art. 18 CEDU, la cui violazione può essere riconosciuta non solo quando non è presente la finalità restrittiva legittima prevista dagli artt. 10 e 11, ma anche quando, pur essendo presente una finalità legittima, il fine prevalente della limitazione statale non rientra tra quelli indicati in modo esaustivo dalle disposizioni della Cedu (cfr. Merabishvili v. Georgia, 28.11.2017, §§ 306, 307).

In sintesi, la Corte quindi, sulla base degli argomenti prodotti dalle parti nel contraddittorio scritto, dovrà decidere, tra l’altro, se la Spagna, nel condannare gli indipendentisti, abbia agito in modo abusivo, con l’intento cioè di criminalizzare e reprimere l’espressione del dissenso politico.

Il dibattito sul confine tra legittime limitazioni statali alla libertà di espressione e di riunione, da una parte, e controllo abusivo della protesta e del dissenso politico, dall’altra, è particolarmente attuale in Italia, dove, a seguito dell’introduzione di una serie di fattispecie penali asseritamente volte alla tutela della sicurezza pubblica (si veda, ad esempio, l’art. 633 bis c.p. sulla criminalizzazione dei rave party), da ultimo è stata sottoposta al vaglio del Governo la richiesta dei sindacati di polizia di estendere il DASPO anche ai manifestanti. L’applicazione estensiva del DASPO, misura di natura amministrativa originariamente prevista per gli ultras che abbiano partecipato a scontri, rappresenterebbe, pertanto, un ulteriore strumento di controllo del dissenso nei confronti del potere e di pericolosa limitazione della libertà di riunione costituzionalmente garantita.